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Goa Gajah: la Grotta dell’elefante | Bali

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1 Novembre 2018
Perché visitare il Goa Gajah?

Il giorno seguente il nostro arrivo a Bali, abbiamo deciso di visitare la famosa Grotta dell’Elefante (Elephant Cave). Si tratta di un sito archeologico risalente all’XI secolo, chiamato in indonesiano Goa Gajah, data la sua vicinanza al fiume Petanu. Il sito, patrimonio mondiale dell’Unesco dal 19 ottobre 1995, si trova a soli 10 minuti a sud est dalla città di Ubud.

Come arrivarci da Ubud?

Per tutto il nostro soggiorno a Bali, abbiamo scelto di contattare un driver tramite il nostro hotel che ci ha condotti in tutte le destinazioni che volevamo visitare.

L’attrattiva più famosa del sito Goa Gajah è questa grande bocca raffigurante il dio indù Bhoma, che rappresenta l’accesso alla grotta, quasi a  simboleggiare il passaggio in un mondo sotterraneo, buio e umido, al cui interno si può vedere sulla sinistra una statua di Ganesh, la divinità Indù a forma di elefante. Camminando lungo il sito si possono però osservare scene forse ancora più interessanti. Tra i vari templi, disseminati un po’ ovunque, è possibile scorgere donne impegnate a modellare un impasto di riso per farci delle decorazioni utilizzate durante le cerimonie. Altre invece intrecciano magistralmente delle foglie di palma per creare i famosi cestini all’interno dei quali vengono poste le offerte. Generalmente si tratta di fiori profumati e freschi, ma anche monete, sigarette o cibo dato in dono alle divinità, tra cui il Dio Sang Hyang Widhi.

Confondersi con i locals

I balinesi sono un popolo molto gentile e generoso: capita spesso che, tra una chiacchierata, una fotografia e un saluto, ti offrano del cibo. Di solito la cucina balinese è molto piccante e diversa dalla nostra, ma è impossibile rifiutare un gesto tanto cortese. Noi non ce la siamo sentita. Crediamo che sia il minimo della cortesia verso persone che hanno poco o niente e, nonostante questo, di quel poco se ne privano ulteriormente per offrirlo a delle sconosciute. Ecco in quei momenti tutte le regole sull’igiene, le vaccinazioni e i nostri gusti personali, possiamo serenamente metterle da parte.

Alcune accortezze

Per visitare i templi a Bali, poiché si tratta di luoghi di culto al cui interno si svolgono quotidianamente cerimonie e preghiere, è usanza coprirsi le gambe con il tradizionale sarong: una specie di pareo da avvolgere in vita che viene solitamente dato all’entrata del tempio in cambio di una piccola offerta. Oltre al sarong talvolta occorre indossare anche il selandong, simile ad un foulard. Questa è solo una delle tante regole o piccole accortezze che si dovrebbero usare quando si visita un tempio indù.

Tra le altre, non si dovrebbe camminare davanti a chi sta pregando, né sedersi più in alto del sacerdote, ad esempio per scattargli una fotografia. Essendo donne, ci ha colpito molto il divieto di accedere ai templi durante il ciclo mestruale o se si è incinte. Il divieto si estende anche a chi ha ferite aperte, è in lutto o ha appena partorito. In molte culture infatti, come ci ricorda l’antropologa Mary Douglas, tutto ciò che proviene dal corpo e va verso l’esterno viene considerato impuro. Esiste infatti in molte religioni un equilibrio tra ordine e disordine, puro e impuro, che è bene rispettare. Pregare certe divinità oppure fare offerte agli spiriti, come avviene nell’induismo, serve proprio a garantire questo ordine cosmico.

Per concludere vi lasciamo il video con le varie tappe del nostro viaggio in Indonesia! Buona visione e, se avete consigli da darci o informazioni da condividere con noi, non esitate a lasciarci qualche commento 1f642 Goa Gajah: la Grotta dell'elefante | Bali

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Florence

Questo non vuole essere un semplice blog di viaggi. Ci sono infatti modi diversi di viaggiare e di osservare. Il nostro è un viaggiare lento, che ci consente di cogliere punti di vista differenti. Soffermarsi su un dettaglio, un volto, il colore di un abito o di una pietanza, un rito o un semplice gesto, a volte ci dice molto più di quello che pensiamo di sapere. Proveremo a raccontarvi il mondo così com'è, attraverso l'obiettivo curioso di una macchina fotografica e lo sguardo attento di un'antropologa. In fondo, si sa, che conoscere l'altro è anche un modo per comprendere meglio noi stessi.

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